Non lo so, nessuno in realtà può saperlo con esattezza.
Il punto è che non esistono unioni valutarie nel mondo assimilabili all’Unione Europea. Gli Stati Uniti d’America, seppur abbiano indirettamente determinato la creazione di un’unione valutaria in Europa, presentano degli aspetti profondamente diversi, su tutti, l’esistenza di un bilancio centrale di proporzioni importanti. È proprio grazie ad esso che crisi di natura asimmetrica, come quella osservata in Eurozona che ha portato alcuni Paesi, compreso il nostro, sull’orlo del default, le cui misure attuate per porvi contrasto hanno portato la Grecia a ribellarsi, trovano una più agevole soluzione, come accaduto, per esempio, in occasione della crisi dei mutui subprime in California del 2007. Mi spiego meglio: negli USA esiste un meccanismo attraverso il quale ciascun Paese membro partecipa alla costituzione di un bilancio federale; in questo modo, se un Paese è in difficoltà, lo Stato centrale destina ad esso dei trasferimenti ulteriori allo scopo di risolvere la crisi che si trova ad affrontare.

Come detto, si tratta di trasferimenti, non di prestiti, nel senso che essi non dovranno essere rimborsati; il presupposto è che “Oggi succede a me, domani potrebbe succedere a te”, insomma c’è una solidarietà di fondo, propria di qualsiasi tipo di unione, non solo economica. In Eurozona, invece, il bilancio federale arriva a malapena all’1% del PIL di tutti i Paesi membri, siamo di fronte quindi ad una cifra irrisoria. Da qui nasce l’esigenza di destinare prestiti al Paese in difficoltà, prestiti che, in assenza di ripresa del Paese in difficoltà, difficilmente potranno essere onorati. A questo punto vi chiederete: perché al momento della costituzione dell’unione, non si è proceduto a “copiare” quanto fatto dagli USA in precedenza? La risposta è che la dottrina prevalente all’epoca riteneva che il rispetto dei trattati di Maastricht e le annesse lunghe tempistiche di entrata nell’unione valutaria europea, avrebbero definitivamente eliminato il rischio di shock asimmetrici, ossia shock capaci di colpire solo alcuni dei Paesi membri, rendendoli dunque simmetrici, quindi più facilmente affrontabili attraverso lo strumento della politica monetaria. Aldilà della teoria, è facile ipotizzare che, anche in questa scelta, abbiano prevalso le logiche egoistiche dei Paesi più influenti a cui, un sistema più solidale, avrebbe giovato meno.
Se non esiste, come detto, un’unione valutaria del tutto assimilabile alla nostra, figuriamoci se esiste un precedente relativo all’uscita di un Paese da un organismo così costituito.
Su una cosa però possiamo star certi: la Grecia, nel caso in cui decidesse di abbandonare l’euro, ne uscirebbe con le ossa rotte. Che valore potrebbe mai avere la nuova valuta greca? E il debito greco? Il cambio nuova moneta – euro lo renderebbe enormemente più insostenibile di quanto già non lo sia adesso, conducendoli in men che non si dica al default. A quel punto, chi presterebbe più un soldo alla Grecia? Un Paese così piccolo come potrebbe mai pensare di andare avanti senza il commercio internazionale? Una politica autarchica sarebbe impensabile persino per un Paese come gli Stati Uniti, figuriamoci per uno che ha un PIL assimilabile a quello di una regione dell’Italia settentrionale. Quindi, vi chiederete, allora Tsipras cosa sta facendo? La mia idea è che stia facendo la cosa giusta: sbattere la porta, ossia minacciare di uscire dall’euro, ma non pensare di farlo per davvero. Si sta assistendo ad un braccio di ferro: da un lato il primo ministro greco, forte del consenso ottenuto in patria, sta cercando di tenere fede agli impegni elettorali, ignorando però, volutamente, il fatto che appartenere ad un organismo sovranazionale pone dei limiti pesanti alle sue possibilità di manovra. Dall’altro, vi è la Germania e, oserei dire, l’Unione Europea tutta. Seppur i meccanismi messi su da Draghi in questi anni lascino presagire che le conseguenze dell’uscita di un Paese dall’Eurozona non sarebbero così nefaste come in passato, qualche rischio ancora rimane, economico, ma soprattutto politico. Non dimentichiamo che i partiti antieuropeisti, per non dire di estrema destra, in questi anni hanno conquistato un consenso importante praticamente in tutta Europa; un’uscita della Grecia potrebbe quindi alimentare queste correnti e portare all’uscita di ulteriori Paesi scontenti, ipotesi a mio avviso piuttosto remota, soprattutto perché le gravi conseguenze in cui la Grecia verserebbe non tarderebbero a manifestarsi, finendo per aprire gli occhi a tutti i sostenitori di tali partiti estremisti.
Sicuramente l’uscita della Grecia dall’euro offrirebbe agli economisti molti spunti interessanti, si creerebbe come dire un caso studio ma, forse, per il bene degli ellenici, sarebbe auspicabile che ciò rimanga un mero esercizio teorico.