In fondo siamo tutti tedeschi.

da | Feb 6, 2015 | Politica economica | 0 commenti

Si fa un gran discutere in questi giorni del nuovo primo ministro greco, Tsipras, e delle sue idee di rottura con il passato che ne hanno garantito il trionfo alle ultime elezioni elleniche.

La Grecia è il Paese che più di tutti ha subito il regime di austerità imposto dall’Eurozona e, insieme a Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna, aveva dato vita al famoso PI(I)GS, acronimo con cui i cosiddetti “Paesi virtuosi” erano/sono soliti etichettarci.

Chiaramente si trattava di una sintesi giornalistica o, quantomeno, di politica di bassa lega: l’Italia, seppur abbia un debito pubblico altissimo e una crescita prossima allo zero da oltre un decennio, ha poco a che spartire con gli altri Stati appena citati, ancor meno con la Grecia, visto che il PIL di quest’ultima risulta inferiore a quello della sola Lombardia. Ciò che davvero ci accomuna a questi Paesi è il forte contrasto al rigore come soluzione alla bassa crescita dell’Eurozona, insomma, il solito tema sul nesso di causalità, diretto o inverso, tra alto debito e bassa crescita, già discusso dal sottoscritto in passato.

Ciò che è cambiato in questi ultimi giorni è il ruolo recitato dall’Italia: da capofila dei cosiddetti PI(I)GS, a quello di alleato di finlandesi e tedeschi. Vero che le riforme attuate dall’Italia stanno ricevendo il benestare dell’Europa e della Germania in primis, vero pure che le misure di quantitative easing di Draghi sembrerebbero un’apertura, seppur velata, verso l’economia italiana, ma, è altrettanto vero che le dichiarazioni rilasciate dal Premier italiano Renzi, secondo cui la decisione di non accettare più titoli di Stato ellenici in cambio di liquidità sarebbe “legittima e opportuna”, appaiono stonate e poco coerenti, soprattutto in virtù del vertice italo-greco, tenutosi pochi giorni orsono, in cui il primo ministro italiano aveva definito “Un messaggio di speranza” il trionfo elettorale di Tsipras.

Insomma, ok tirare in ballo Platone ed Aristotele per dare lustro alla storia greca durante la conferenza di chiusura del vertice Italia-Grecia, ok, citare Telemaco e Dante, rispettivamente nei discorsi di insediamento e chiusura del semestre italiano di Presidenza europeo, ma, a conti fatti, ci comportiamo esattamente come la Germania: Renzi fa gli interessi dell’Italia esattamente come la Merkel fa, da tempo, quelli della Germania, attirando le ire di gran parte dell’Europa.

Si ipotizza che ogni cittadino greco abbia nei confronti di ciascun omologo italiano un debito di circa 400 euro, siamo infatti il terzo creditore degli ellenici con 40 miliardi di euro, dietro soltanto a Germania (60) e Francia (46); a noi, così come ai tedeschi e a tutti gli altri, non va proprio di rinunciarvi o di rinegoziarlo: siamo lì a premere affinché la Grecia si sbrighi a pagare. Ma a queste condizioni può farlo? Probabilmente no. Dovremmo quindi permettere alla Grecia di dichiarare default? Assolutamente no, il debito in questo modo verrebbe cancellato. L’unica soluzione percorribile è creare i presupposti affinché il debito possa essere ripagato, ossia permettere alla Grecia di tornare a crescere, e l’unica strada appare, oggi, più che mai, l’abbandono dell’austerità.

Ne va del futuro della Grecia e dell’Europa tutta.

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