Nella giornata di mercoledì 15 Ottobre il consiglio dei Ministri ha approvato il progetto di legge di stabilità. Si tratta di una manovra da 36 miliardi di euro confezionata in modo che l’Italia resti nel tanto agognato parametro del rapporto deficit/PIL inferiore al 3% sancito da Maastricht, fermandosi, infatti, al 2.9%. Questo dovrebbe metterci a riparo dalle “ritorsioni” dell’UE (il cui primo verdetto è atteso entro il 29 ottobre), visto che la strada intrapresa del Premier Renzi, nonostante il contesto di recessione, va nel rispetto dei Trattati, a differenza della Francia di cui abbiamo discusso nel precedente articolo.

Utilizziamo il grafico diffuso dallo stesso Premier italiano sulla sua pagina Facebook per analizzare le varie voci di entrata ed uscita:

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Com’è possibile osservare, la manovra sarà finanziata in deficit per 11 miliardi di euro attestando, come detto, il rapporto deficit/PIL al 2.9%; 15 milioni arriveranno dalla spending review così ripartiti: 2.7 milioni dai tagli previsti nel dl IRPEF, 6.1 da tagli all’apparato centrale dello Stato ed ulteriori 4, 1.2 e 1, rispettivamente da Regioni, Comuni e Province; 3,8 sono invece i miliardi che il Governo si aspetta di ottenere dalla lotta all’evasione, 0,6 dalla banda larga, 1 dal diverso trattamento che verrà riservato alle slot machine ed un ulteriore miliardo dalla riprogrammazione. Infine, 3.6 milioni arriverebbero da un aumento della tassazione sui fondi pensioni (dall’11.5% al 20%), sulle Casse di previdenza (dal 20 al 26%) e quella sulla tassazione per fondazioni bancarie e rendite vitalizie.

Elencate le voci di entrata, vanno fatte alcune considerazioni. La prima è che la parte inerente ai tagli agli enti locali, potrebbe generare da parte di questi ultimi un aumento della tassazione anche se i tagli alla sanità dovrebbero essere esclusi. La cifra stimata rinvenibile dalla lotta all’evasione, inoltre, lascia sempre perplessi, visto che i governi succedutisi negli anni hanno sempre fatto poco sotto quest’aspetto, d’altronde, si sa, combattere gli evasori in un Paese ad alta evasione, dà poche possibilità di rielezione. Lascia ancora più perplessi, poi, l’aumento della tassazione sui fondi pensione che andrebbero incentivati, anziché tassati, data la sostenibilità precaria del nostro sistema previdenziale e, più in generale, quella della maggior parte dei Paesi industrializzati.

Le uscite, invece, sono così distribuite. Viene confermato il bonus degli 80 euro per i lavoratori dipendenti con retribuzione annua lorda inferiore ai 24mila euro, ma non allargato ad altre fasce deboli come ipotizzato in passato; tale provvedimento costerà 9.5 miliardi di euro. 5 miliardi invece costerà il taglio dalla base imponibile IRAP della componente lavoro; le aziende, inoltre, potranno beneficiare della decontribuzione per i neoassunti a tempo indeterminato per un triennio oltre a poter contare su un nuovo credito d’imposta per ricerca e sviluppo che costerà 300 milioni. In aggiunta, le partite IVA al di sotto dei 15mila euro annui, potranno beneficiare di un regime forfettario che consentirà loro un risparmio da 800 milioni di euro. Sono poi previsti 500 milioni a favore delle famiglie numerose, prioritariamente monoreddito, e la conferma dell’ecobonus e del bonus ristrutturazioni. Per sostenere i nuovi ammortizzatori sociali che il Governo vorrebbe universalizzare mediante il Job Act, invece, l’esecutivo ha stanziato 1.5 miliardi aggiuntivi. Infine, è previsto l’allentamento del patto di stabilità interno dei comuni, 500 milioni per la stabilizzazione di quasi 150mila docenti precari, 200 milioni alle scuole non statali, 250 milioni per le spese per i tribunali che non saranno più a carico dei Comuni ma dello Stato e 6.9 miliardi che andranno a coprire le spese a legislazione vigente, quali  missioni di pace, Anas e FS.

Le misure, dunque, sono molteplici e, a mio avviso, vanno nella giusta direzione, l’auspicio è che si possa finalmente intercettare la ripresa economica, ne va del futuro del nostro Paese.